RIPARTIAMO DA QUI

Non si può esere liberi se non si è indipendenti; quindi, al fine di raggiungere l’indipendenza, le manifestazioni attive della libertà personale debbono essere guidate fin dalla primissima infanzia. Dal momento in cui vengono svezzati, i piccoli si mettono in cammino lungo la rischiosa via dell’indipendenza. (…)

Non abbaimo ancora compreso nel suo vero senso l’alto concetto dell’indipendenza poichè le condizioni sociali in cui viviamo sono ancora servili. In un periodo di civiltà in cui esistono i servi, le condizioni sociali non possono alimentare l’idea dell’indipendenza, prorpio come nei giorni della schiavitù l’idea della libertà era oscura. I nostri servi non sono i nostri dipendenti; siamo noi piuttosto i loro dipendenti. Non è possibile tollerare in una struttura sociale un errrore umano così radicale, senza che esso ci conduca ad effetti generali di morale inferiorità.

Noi crediamo molto spesso di essere indipendenti, perchè nessuno ci comanda, anzi noi comandiamo gli altri; ma il signore che ha bisogno di chiamare il servitore è un dipendente della propria inferiorità. Il paralitico che non può levarsi levarsi le scarpe per un fatto patologico e il principe che non può levarsele per un fatto sociale, sono nella medesima condizione… chi è servito è leso nella sua indipendenza.

Un’azione pedagogica efficace sui teneri bambini deve essere quella di aiutarli ad avanzare sulla via dell’indipendenza. Aiutarli ad imparare a camminare senza aiuto, a correre, a salire e scendere le scale, a rialzare oggetti caduti, a vestirsi e a spogliarsi, a lavarsi, a parlare per esprimere chiaramente i propri bisogni, a cercare con tentativi di giungere al soddisfacimento dei prorpi desideri – ecco l’educazione all’indipendenza.

Noi serviamo i bambini; e un atto servile verso di loro è non meno fatale di un atto che tende a soffocare un loro moto spontaneo utile.

Crediamo che i bimbi siano simili a fantocci inanimati: li laviamo, li imbocchiamo come essi fanno con la bambola. Non pensiamo mai che il nostro dovere verso il bambino, il quale non fa, non sa fare, ma dovrà poi fare ed ha i mezzi fisio-psicologici per imparare a fare, è senza eccezione quello di aiutarlo alla conquista di atti utili. La madre che imbocca il bambino senza compiere il minimo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio e a cercare la propria bocca o che almeno non mangia ella stessa invitandolo a guardare come fa, non è una buona madre. Ella offende la dignità umana di suo figlio. Lo tratta come un fantoccio, mentre è un uomo affidato dalla natura alle sue cure. Chi non comprende che insegnare ad un bambino a mangiare, a lavarsi e a vestirsi, è un lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo, vestirlo?

Il primo è il lavoro dell’educatore: il secondo è il lavoro inferiore e facile del servo; non solo un lavoro inferiore e  facile, ma anche un lavoro pericoloso che chiude vie, pone ostacoli alla vita che si svolge e, oltre alle conseguenze immediate ha più gravi conseguenze lontane. Il signore che ha troppi servi, non solo diviene sempre più loro dipendente e loro schiavo, ma i suoi muscoli si indeboliscono nell’inattività e perdono infine la capacità naturale dell’azione: la mente di chi per avere ciò di cui ha bisogno, non lavora, ma comanda, si atrofizza e languisce.

Se un giorno in un lampo della proprioa coscienza, chi fu servito volesse conquistare la prorpia libertà indipendente, si accorgerebbe forse di non averne più la forza. (….)

Tutto quanto è aiuto inutile è impedimento allo sviluppo delle forze naturali. (…..)

L’uomo che fa da sè concentra le forze sulle proprie azioni, conquista se stesso, moltiplica il suo potere e si perfeziona. Bisogna fare delle generazioni future uomini potenti, cioè indipendenti e liberi.”

 

Testo tratto da “Educare alla libertà” di Maria Montessori


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